Visitare Isola Santa (comune di Careggine) è un’esperienza indimenticabile. Immersa fra la verdeggiante vegetazione che caratterizza la Garfagnana, Isola Santa appare agli occhi di chi la visita come una piccola lingua di terra rubata alle verdeggianti acque e colonizzata in epoche remote. L’origine del piccolo borgo viene fatta risalire alla sua posizione geografica ed all’esistenza di un “hospitale” che accoglieva i viandanti che attraversavano le Apuane passando per la Foce di Mosceta per recarsi dalla Versilia alla Garfagnana o viceversa. Le prime notizie riguardanti l’hospitale ci arrivano da documenti del 1260, ma molto probabilmente Isola Santa fu in origine un piccolo borgo fortificato. Si hanno poche notizie di questo antico borgo, nel medioevo l’economia della piccola comunità era estremamente povera, viste le difficili condizioni territoriali che non permettevano lo sviluppo massiccio dell’agricoltura, e ruotava intorno all’hospitale. Il collegamento con i centri limitrofi era inoltre molto disagevole.

Costantino De Nobili, nel 1615, incaricato di sorvegliare l’ hospitale che faceva capo a quello di S. Luca in Lucca, scriveva: “strade tanto cattive che sono da Castelnuovo in la, che convenne andare la maggior parte a piedi” per raggiungere l’ospedale posto “ai piedi della Pania circondato da tutte le parti da monti altissimi et precipitosi”.

 

Nel 1949 viene costruita la diga per lo sfruttamento idroelettrico delle acque della Turrite Secca, e viene creato il meraviglioso lago artificiale che dona quel tocco fiabesco al piccolo borgo, ma proprio il lago fu la causa della morte di Isola Santa. Le continue escursioni giornaliere del livello del lago, volute dalla Selt Valdarno, la società elettrica che gestiva la diga, causarono ingenti danni alla stabilità del borgo. Questa situazione venne finalmente risolta alla fine degli anni sessanta,quando ormai lo spopolamento era avvenuto.

Nel 1975 gli ultimi abitanti rimasti, durante un periodo di svuotamento del bacino artificiale, lo occupano per rivendicare il diritto ad abitazioni nuove e sicure. La lotta ha in buona parte avuto successo, le case vengono costruite altrove e il paese si svuota definitivamente.

Per raggiungere il piccolo paese si scende una ripida scalinata situata proprio sulla strada principale. Il borgo si presenta in parte in stato di abbandono, ma molte case negli ultimi anni hanno ripreso vita. Un grosso progetto di ristrutturazione globale iniziato qualche anno fa da alcune famiglie del luogo, ha previsto la ristrutturazione di alcune case e la creazione di un B&B e un bar/ristorante.

L’antica chiesa con campanile, che svetta sulle piccole abitazioni, è dedicata San Jacopo. Citata per la prima volta nel 1260, versa ora in stato di totale rovina. La presenza di ponteggi al suo interno fanno pensare a un imminente recupero.

 

Per chi ama le passeggiate all’aperto, molti sentieri si snodano da Isola Santa lungo il lago artificiale. I percorsi sono molto suggestivi e sul fondo del lago è ancora possibile vedere antichi ruderi del vecchio abitato.

 

 

Testo e Foto : Maggy Bettolla

Viaggiamo tra le montagne friulane, Pàlcoda è una frazione del comune di Tramonti di sotto, in provincia di Pordenone.
Situato sulle Alpi Carniche, a 628m di altitudine, è un un villaggio fantasma, molto suggestivo, soprattutto per il paesaggio naturale nel quale è incastonato, raggiungibile solo da sentieri che partono da alcuni paesi relativamente vicini.

La zona era frequentata già nel ‘400 da pastori di passaggio, ma fu nel XVII secolo che cominciarono a stanziarsi delle persone.
Il secolo successivo Pàlcoda diventa un vero e proprio borgo che si sostenta con agricoltura, allevamento, commercio dei cappelli di paglia che all’epoca erano espostati in tutta Europa ed inoltre, c’erano fornaci e mulini.

Nel 1780 fu eretta la chiesa del paese, la chiesa di san Giacomo, modestamente ricca di opere d’arte, composta da un unico corpo a pianta rettangolare con il presbiterio e l’altare, posto a ridosso del muro fatto interamente di pietra e che era rivestito in marmo rosa ed ornato da tre statue in marmo di Santi : al centro San Giacomo, a sinistra San Bartolomeo e a destra un santo Domenicano (le statue restaurate possono essere viste presso la Pieve di Santa Maria Maggiore a Tramonti di Sotto) . Il campanile, posto sul lato sinistro della facciata, s’innalza fra le case ed è ben visibile da lontano. In questo periodo gli abitanti, detti Pàlcodans, erano fra i 100 e i 150.

Il 1914, nonostante una popolazione di ben 126 individui, segnò il momento del declino, poiché subito dopo scoppio la I guerra mondiale, che accentuò il fenomeno dell’emigrazione.
Il borgo riprese vita durante la II guerra mondiale, diventando il rifugio dei partigiani, ottimo luogo per nascondersi per la sua impenetrabilità.
Da quando è abbandonato sono accadute poche cose, ad eccezione della ristrutturazione della chiesa avvenuta nel 2011.

Da allora il villaggio vive solo con la natura che di giorno in giorno lo cattura nella sua trappola.

 

Un articolo di Lorenza Stroppa
(scritto in occasione della presentazione del libro a Pordenone e ripreso, in forma ridotta, dal Gazzettino)

Palcoda sembra il nome di un uccello raro, di una località colombiana, di una nuova auto spagnola. E invece è il nome di un borgo ormai dimenticato sul versante sud del monte Brusò, sopra Tramonti di Sotto. Il suo aspetto oggi è di poche case sventrate, un campanile alto e svettante, “pulito e lucidato a nuovo”, e sterpaglie, pietre e rovi dove una volta c’erano vie e piazze.
“Qui è tutto nudo e dannatamente fermo”, scrive nel racconto “Se viene neve” Mauro Daltin, scrittore udinese, classe ‘76, alla sua seconda opera di narrativa, “I piedi sul Friuli. Viaggio tra lune, borghi e storie dimenticate“ (ed. Biblioteca dell‘immagine). A Palcoda Pietro, il suo alter ego letterario, ci è arrivato a piedi, fiutando “l’odore della luna” che permea questi posti abbandonati, invasi dal muschio e dal silenzio, ma dove la storia sembra essersi cristallizzata, attaccata come una pianta del deserto alle rovine per succhiarne il resto della vita.
E la storia di Palcoda, ci racconta Daltin, è densa di emozioni. Qui nel 1944 si rifugiarono una sessantina di partigiani della “Garibaldi Tagliamento” capitanati da Giovanni Bosi (nome di battaglia “Battisti”) e dalla sua compagna, Jole di Cillia (nome di battaglia “Paola“). Il paese allora era disabitato da poco più di vent’anni, e, nascosto nella montagna, in mezzo ai boschi, lontano dalle vie più battute (Tramonti si trova a poco più di due ore a piedi) era un rifugio perfetto. Per pochi giorni Palcoda riprese vita, difesa e controllata dai partigiani, abitata dalle loro vite transitorie, coraggiose.
I suoi abitanti, dopo la crisi economica seguita alla prima guerra mondiale, avevano a poco a poco abbandonato il paese, lasciandolo al bosco. Gli ultimi ad andarsene erano stati i fondatori di quello sparuto ma ostinato gruppo di case, la famiglia Masutti, che nei primi del Novecento aveva dato vita anche alla fiorente produzione di cappelli di paglia di Palcoda, che venivano addirittura esportati all’estero.
Con i partigiani il villaggio riprese vita per poco tempo, i suoi fantasmi convissero assieme alla brigata di Battisti, che fu attaccata dai nazifascisti il 9 dicembre del ‘44, in un assalto in cui morirono Bosi, Jole e il compagno Sergio (all’anagrafe Eugenio Candon). Altri dieci furono giustiziati dopo un processo alla Corte Marziale, mentre il resto della brigata riuscì a scappare, disperdendosi nel bosco.
Il racconto si sviluppa in parallelo tra questi due abbandoni forzati, entrambi figli della storia, incisi sulla pelle di pietra del paese “come cicatrici profonde”. “L’immagine di un abbandono è sempre definitiva e nitida”, scrive Daltin, e le sue parole che la raccontano sono come pietre, scagliate nella superficie della nostra memoria.
“I piedi sul Friuli” sarà presentato oggi alle 18.00 alla Libreria Quo Vadis.

 

 

Video:

 

Articolo : Fabio Di Bitonto

Foto :

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http://digilander.libero.it/caisanvito/gitesoci/Palcoda/Palcoda.htm

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Non tutti lo sanno, ma a 50km da Bologna, abbarbicato su un altura dell’Appennino Tosco Emiliano, esiste un antico borgo abbandonato e dimenticato: il borgo di Castiglioncello.

Un luogo suggestivo e ricco di fascino in cui è possibile addentrarsi e camminare tra scheletri di edifici ormai in rovina ma in cui ancora si avverte una certa atmosfera “domestica”…  E’ questo che si prova guardando la piazza del paese, o l’ingresso della chiesa con il suo intatto campanile; come pure i resti di paglia nelle mangiatoie degli animali o i resti dei focolari in quel che resta dei camini delle abitazioni; scrutando quei sassi che per tanti anni hanno dato rifugio e certezze agli uomini che vi hanno abitato.
IL VIAGGIO

Non appena si abbandona la via Emilia il paesaggio muta ed il viaggio prosegue immerso nella natura tra le splendide montagne dell’Appennino Emiliano.
Arrivati al paese di Castel del Rio è d’obbligo perdere un po’ di tempo per ammirare  l’imponente Castello degli Alidosi; come pure l’omonimo ponte medievale merita una visita.

Passato Castel del Rio si prosegue verso il paese di Moraduccio, raggiunto il quale, sulla costa della montagna a destra del fiume, si inizia a scorgere la sagoma sinistra del borgo di Castiglioncello…
Al termine del centro abitato di Moraduccio, sulla destra poco visibile troviamo uno stradello asfaltato che scende fino al greto del fiume Santerno.
Si arriva poi ad un parcheggio in cui è possibile lasciare l’auto e proseguire a piedi; oppure, per chi possiede un fuoristrada ed un po’ di dimestichezza con lo sterrato, è possibile proseguire in auto e salire la mulattiera (il transito veicolare è però interdetto in certi periodi dell’anno).

Da notare a valle del ponte la bella cascata del Rio dei Briganti, meta ideale per un pic-nic domenicale in riva al fiume.
Si prosegue quindi in salita lungo una strada sterrata, a volte più simile ad una mulattiera ma sempre ben agibile; attenzione comunque al meteo: meglio non trovarsi da queste parti durante un temporale.

Si arriva infine al borgo! Le immagini parlano da sole…
Il castello era un villaggio tutto circondato da mura, ubicato sull’antico tracciato della Montanara, in posizione difendibile in cima ad un cocuzzolo, era disposto attorno all’asse principale della strada.
L’ingresso è rivolto a nord, ricavato alla base di una torre di ronda e munito di due feritoie, ancora ben visibili. Oltre il paese nell’estremità meridionale sorge il piccolo cimitero. 

Addentrarsi all’interno delle antiche abitazioni semicrollate è un azzardo da sconsigliare, ma una “sbirciatina” dall’esterno può regalare forti emozioni.
E che dire della vecchia chiesa dei SS. Giovanni e Paolo che, seppur con qualche “aiuto”, ancora regge al tempo ed alle intemperie…

LA STORIA DEL BORGO

 

Attraversando l’ alta valle del Santerno viene da chiedersi come mai questa zona sia in provincia di Firenze pur essendo al di qua dello spartiacque appenninico, confine “naturale” tra le 2 aree.
La ragione ( sia economica che politica ) va ricercata oltre 700 anni fa, quando la dinastia degli UBALDINI regnava su tutto il Mugello e l’ alta valle del Santerno.
Questa famiglia di feudatari controllava l’ alta valle imponendo pedaggi e gabelle a discapito degli interessi, politici ed economici, dei comuni di Bologna e Firenze in espansione.
Per contrastare le ingerenze degli ubaldini, agli inizi del XIV sec., il libero comune di Firenze decise di fondare in Val Santerno una palla di”nuova terra” fortificata, FIRENZUOLA, imponendo che il tracciato Bologna – Firenze passasse attraverso questo borgo.
Il comune di Firenze sostituì cosi il vecchio tracciato dell’ OSTERIA BRUCIATA (ben controllato dai castelli ubaldini) con quello del Giogo e realizzò il CASTELLO DI FIRENZUOLA, dando vita, nel 1373, al COMUNE DI FIRENZUOLA che rappresentò l’ atto finale del conflitto tra Firenze e ubaldini.
In un documento del 1220, riguardanti i possedimenti ubaldini, non ritroviamo però CASTIGLIONCELLO perché era ancora assoggettato dapprima, alla chiesa di S. AMBROGIO della Massa (un agglomerato nei pressi del Monte Fune ora scomparso) e successivamente al dominio della famiglia ALIDOSI.
Il passaggio a Firenze avvenne probabilmente alla fine del 300 quando, dopo che la famiglia Alidosi aveva chiesto protezione ai Fiorentini, il borgo passò tacitamente ad accrescere il territorio della repubblica.
Il borgo viene cosi citato per la prima volta, in una carta del popolamento toscano del 1427-1430.
Sul finire del 400 il vano tentativo di passaggio di CASTEL DEL RIO alla REPUBBLICA DI FIRENZE (tentato dai cittadini per liberarsi degli Alidosi) cambiò di fatto la geografia dell’ alta valle; Castiglioncello si venne a trovare su un confine AMMINISTRATIVO e NON POLITICO, quindi in una situazione di interesse militare sempre più scarso, anche se restò su una direttrice di scambi abbastanza importante.
Con la realizzazione di nuove strade nel XVIII sec. si ebbe un effetto devastante per lo sviluppo di Firenzuola. Il comune fu infatti bypassato dalla rotabile della Futa (1745-1764), mentre il potenziamento dei ponti di Camaggiore e il potenziamento del tracciato sulla destra del Santerno causarono l’ abbandono DELL’ ANTICA VIA DI CASTIGLIONCELLO che portava a S.Andrea e a Castel del Rio. Già nel ’700 infatti si descriveva questa mulattiera come impraticabile.
Sulla nuova strada presso Moraduccio, si costruì una dogana che ancor oggi, sul poggio davanti Castiglioncello, si può mirare in tutta la sua magnificenza.
soltanto una passerella sul fiume costituiva l’ unico collegamento tra il borgo e la nuova via ed anche quando si provvide a trasformare e potenziare, nella seconda metà dell’ 800, la rotabile di fondovalle, l’ isolamento di Castiglioncello rimase. Soltanto la vicinanza con rotabile ritardò lo spopolamento che aveva colpito alcune alcune zone del comune di Firenzuola già dai primi del ’900; la popolazione infatti rimase pressoché invariata, 63 abitanti nel 1833 contro i 64 nel 1931. L’ abbandono del borgo di Castiglioncello si verificò essenzialmente nel dopoguerra: la costruzione del ponte tardò troppo, rendendo anacronistico il borgo che si avviò cosi all’ abbandono totale.

Di Castiglioncello il Repetti nel suo dizionario geografico del 1843 così riferisce: “nella Valle del Santerno. Borgata con dogana di frontiera di terza classe sotto quella di Pinacaldoli del Dipartimento doganale di Firenze. Ha una parrocchia (SS. Giovanni e Paolo) filiale della pieve di Camaggiore, nella Comunità Giuridizione e circa 7 miglia toscane a levante grecale di Firenzuola, Diocesi e Compartimento di Firenze. È situata sulla sinistra ripa del fiume Santerno presso il confine del Granducato con la Romagna Imolese lungo la strada maestra che da Firenzuola conduce a Castel del Rio e di là a Imola. La cura de’SS. Giovanni e Paolo di Castiglioncello nel 1785 fu ammensata alla pieve di Camaggiore, ed ha attualmente un cappellano curato con 85 abitanti.”
Cronostoria:

 

801: Carlo Magno riceve a Roma la delegazione degli Ubaldini, famiglia egemone dell’ appennino tosco-emiliano.
1181: Castiglioncello alle dipendenze della Massa di S.Ambrogio.
1209: Nascita del primo nucleo del feudo Alidosiano.
1220: Diploma di Signoria di Federico agli Ubaldini: Castiglioncello non è citato tra i loro vari possedimenti
1267: Prima spedizione dei fiorentini al Mugello, per il controllo della via Bologna – Firenze.
1306: Decisione del comune di Firenze di fondare Firenzuola e potenziare la strada del Giogo.
1332: Inizia la costruzione di Firenzuola.
1349: Si costringono alla resa alcuni dei più importanti castelli Ubaldini.
1351: Attacco a Castiglioncello dei signori del Mugello.
1371: Castrum Castiglioni citato tra i possedimenti degli Alidosi.
1427: Castiglioncello con 32 abitanti pass sotto Firenze.
1785: Passaggio della chiesa di Castigioncello dalla Diocesi di Imola a Quella di Firenze.
1796: Costruzione della nuova chiesa all’interno del borgo. Cappella detta ” DEL POGGIO”.
XIX sec.: Potenziamento della rete viaria di fondo valle.
1864: Progetto della ferrovia Imola – Firenze.
1931: Il borgo conta 83 abitanti.
1952: costruite solo le spalle del ponte di Castglioncello.
1950/60: Abbandono totale del paese.

 

 

 

(tratto dal sito www.aicsimola.it)

http://www.bolognaplanet.it

Altovia è una frazione di Cortino (Teramo) posizionata sulla via del Rifugio del Cegno a quota m.1.183 s.l.m. Nel periodo invernale non ha ormai più abitanti, ma le sue case, un tempo dimore di pastori, sono state tutte ristrutturate, per lo più utilizzando materiali in tono con l’ambiente, ma talvolta prediligendo interventi invasivi. Nel periodo estivo il paesino si ripopola e le circa venti unità abitative vengono di nuovo occupate. Nel complesso si presenta suggestivo ed accattivante, nonostante le numerose impattanti parabole televisive in bella vista sulle facciate degli edifici. Resta diruta soltanto la chiesa, posta all’ingresso del borgo, di cui è ancora in piedi, seppure sorretto da robuste impalcature, il solo frontale. Consacrata a S. Egidio della Rocca, l’edificio di cui oggi restano le tracce fu realizzato nel 1921. Il borgo si trovasolo a qualche chilometro da Casagreca.

 

 

 

 

http://www.seripubbli.it

http://foto.inabruzzo.it

Ad una dozzina di chilometri a sud di Scalea nel territorio del comune di Diamante, sulla Riviera dei Cedri, sorge su un piccolo promontorio l’antico borgo di Cirella Vecchia.

Località antichissima, fu abitata sin dal paleolitico e divenne un centro importante in epoca romana. I ruderi, situati all’interno della Cirella “vecchia”, sono i resti dell’antico centro abitato, risalenti all’incirca all’800 d.C., furono resi tali da un bombardamento della flotta francese nel 1806.

Per maggiori informazioni sull’evento storico : (Insurrezione Calabrese).
In cima al colle il paese conserva ancora i ruderi del castello e costituiscono un’importante testimonianza del passato della città. Nel cuore del borgo si può trovare poi la bella Chiesa di S. Maria dei Fiori e il Convento di San Francesco, edificato nel ‘500.

Questi i luoghi di interesse dell’antico borgo :

I RUDERI DI CIRELLA,

I Ruderi, situati a 172 metri sul livello del mare, sono i resti del nucleo abitativo di Cirella sorto all’incirca tra l’850 e il 1000 d.C. e cessato di esistere nel 1808, anno in cui il suo parroco Francesco De Patto, per ultimo, lasciò la Cirella collinare e se ne scese, con gli arredi sacri, alla sua Chiesa suffraganea di S. Maria dei Fiori.

 

CAPPELLA DEI RUDERI (Chiesa dell’Annunziata)

La datazione della sua origine è incerta. Forse fu edificata contestualmente al nucleo abitato, le cui origini vengono fatte risalire al IX secolo d.c. Un apprezzo eseguito nel 1617 per il S.R.C. di Napoli ci rileva che ospitava una congregazione di uomini.

 

IL CONVENTO DI SAN FRANCESCO, COSTRUITO NEL 1545, E LA CHIESA ANNESSA AL CONVENTO DEDICATA ALLA MADONNA DELLE GRAZIE NEL 1558;

Il Convento di San Francesco di Paola, costruito nel 1545, e la Chiesa annessa dedicata alla Madonna delle Grazie, furono abbandonati definitivamente dai frati francescani nel 1810, in seguito alla legge napoleonica sulla confisca dei beni del clero e la soppressione degli ordini religiosi. nel 1617 il convento era abitato da “tre monaci sacerdoti, cinque Clerici e tra Abbati.

http://www.globopix.net

http://www.cirellapoint.it

http://www.viaggicalabria.it

Flickr : utente enrix64

Realizzato intorno al 1940, fu uno dei nuovi borghi rurali voluti da Mussolini durante il periodo fascista che servivano a far insediare prevalentemente contadini i nuove aree, più vicine ai terreni.
Borgo Baccarato rientra in questa tipologia, ma era un borgo che dava ospitalità ai minatori ed alle loro famiglie; infatti, proprio lì, c’era la miniera baccarato, una miniera di zolfo che ha terminato la sua attività negli anni ’70.

Il borgo Baccarato si trova in provincia di Enna, è una frazione di Aidone, e non ci sono molte cose da dire, forse da scoprire si…
Il borgo si sviluppò anche come centro agricolo per un periodo, ma l’emigrazione a seguito della chiusura della miniera decretò il suo totale abbandono.

 

 

Immagini : http://www.etnografia.altervista.org

Anticamente si chiamava “Corte di Castello Bauroni”e dipendeva dalla parrocchia di S. Lorenzo alla Bastia, detta, in passato, S. Lorenzo in Planicorio per la vicinanza dell’omonimo castello. Planicorio rappresenta forse il Castrum Plani ricordato dall’Anglico nella sua relazione del 1371,quando era posseduto dal conte Roberto di Battifolle. Il Comune di Boccone è menzionato in un documento del 1411,scritto nel Castel di Portico, a rettifica di una vendita di un pezzo di terra nel territorio di Boccone in un luogo detto alla Lastra. Verso il 1429 ha Statuti propri molto simili a quelli di Portico e San Benedetto. Nel 1868 una frana inghiotte la Chiesa, la Canonica,il Cimitero ed il podere di Carpine. Una delibera comunale del 1874 stabilisce di non ricostruire più detta parrocchia. Nel 1883 si da inizio alla costruzione della chiesa di S. Lorenzo al castello di Bocconi, sulle rovine di un Oratorio dedicato a S. Giovanni. Detta parrocchia assorbe quelle di Bastia e Carpine. Quello che era un piccolo villaggio che viveva di riflesso ai più grossi nuclei di Bastia e Carpine,si sviluppa ed acquista sempre più importanza solo nella metà del secolo scorso con la costruzione della carrozzabile Tosco Romagnola (SS 67)

Le origini del nome possono risalire a “Bucco” feudatario longobardo di alcuni castelli della zona:anche Bocconi, come Portico di Romagna e San Benedetto in Alpe, sorge nel punto di confluenza di due fossi nel fiume Montone. Nell’antichità, però, gli insediamenti principali erano quelli di Carpine, nella zona dell’attuale Montazio, e di Bastia, sotto l’omonimo castello. Una frana distrusse il primo villaggio il 21 gennaio 1868 mentre il secondo fu abbandonato in seguito alla demolizione del castello avvenuta nel corso delle lotte tra Firenze ed i Visconti per il dominio del territorio. La popolazione si raccolse attorno alla torre, lungo il tracciato della nuova carrozzabile di fondovalle voluta dal Granduca Leopoldo di Toscana. Dalla piazza, dominata dalla Chiesa di San Lorenzo, costruita nel 1883 come nuova parrocchiale che unificava gli antichi popoli medioevali di S. Lorenzo in Bastia e di S. Maria in Carpine, si imbocca via Borgo e ci si trova di fronte all’antica “Torre Vigiacli” ossia “torre delle guardie”.

Dalle sue feritoie, infatti, le sentinelle controllavano il castello che sorgeva sul poggio sovrastante l’abbandonato villaggio di Bastia, sulla riva destra del fiume.

Si scende poi fino alla Brusia. Si tratta di un luogo incantevole caratterizzato dal ponte, dalle cascate e dal mulino. A tre arcate, di maggiori dimensioni quella centrale, appoggiate su massicce pile in muratura, con il suo profilo a schiena d’asino, il manufatto di pietra domina le bellissime cascate ed il profondo gorgo meta estiva degli amanti della balneazione fluviale. Il ponte è collocato al centro di un paesaggio naturale dalle molteplici suggestioni: da esso partono diversi antichi sentieri verso il castello abbandonato di Bastia, verso il monte Gemelli o in direzione dei secolari castagneti di Valpiana. Il mulino ad acqua, uno dei tanti che erano disseminati lungo le nostre vallate, è ancora ben conservato. Rimane il canale di presa dell’acqua a monte del ponte che portava il flusso idrico verso il locale delle pale. L’acqua faceva girare l’albero delle macine, nel piano superiore: alcune di queste sono visibili, trasformate in tavolini, nei pressi della costruzione. Dopo avere superato il ponte della Brusia parte, a sinistra, la bellissima mulattiera in salita, ancora in parte selciata, che porta, dopo avere offerto panorami notevoli, al vecchio borgo in rovina.

L’antico villaggio di Bastia era protetto da una fortezza che sorgeva sulla sommità di un poggio che domina la media valle del fiume Montone. Restano ancora i ruderi di alcune case dell’antico villaggio ed un oratorio ristrutturato.

 

 

Dal DIZIONARIO GEOGRAFICO FISICO STORICO DELLA TOSCANA
edizione del 1843

…nella Valle del Montone, Comunità e due miglia toscane a libeccio di Portico nella Romagna Granducale, Giurisdizione della Rocca S. Casciano, Diocesi di Bertinoro, Compartimento di Firenze. È una chiesa parrocchiale presso i ruderi di un castello già detto di Planicorio , cui è restato il nome di Bastia . Risiede la chiesa sul fianco occidentale del contrafforte che scende dalla catena dell’Appennino fra S. Benedetto in Alpe e Premilcuore alla destra del fiume Montone e della nuova strada Regia di Romagna, fra dirupate balze di arenaria schistosa, alla cui base trasuda uno stillicidio di acqua solforosa. Varie pergamene dei secoli XIII e XIV provenienti dall’Abazia di S. Benedetto in Alpe parlano della chiesa parrocchiale di S. Lorenzo di Planicorio(oggi della Bastia), la quale conta una popolazione di 330 abitanti.

 

http://www.appenninoromagnolo.it

http://www.comune.portico-e-san-benedetto.fc.it